Massimo Recalcati: «Il rischio dei social è la dipendenza tossica. Senza iPhone i ragazzi si sentono come bimbi appena svezzati»
. Le manifestazioni ricorrenti sono comportamenti autolesivi, una violenza anarchica, erratica, non ideologica, e poi somatizzazioni, attacchi di panico, disturbi dell’alimentazione. E soprattutto ritiro sociale. Siamo in una congiuntura molto precaria, molto delicata, che non bisogna sottovalutare. Io ho sempre avvertito, anche pubblicamente, che sarebbe un grave errore parlare di generazione Covid, cioè identificare nei giovani le vittime del trauma che ci ha travolti.
I social costringono i ragazzi a bruciare le tappe della vita e li espongono presto alla durezza di un giudizio sociale immediatamente pubblico. «Non sono un grande esperto di social, ne ho una diffidenza di fondo per il lavoro che faccio. Noi siamo stati obbligati ad usare i computer, nel tempo della pandemia, per non abbandonare i nostri pazienti... Ma l’essenza del mio lavoro è sempre l’incontro in presenza. Noi ci aspettavamo, dopo la pandemia, con la riapertura delle scuole, che tutti ci tornassero felici e contenti. Pensavamo che la riapertura fosse un momento collettivo di ripartenza della vita.
Ti sembra che questa società, tutta orizzontale, fatta di fratelli senza padri sia una società smarrita? «È così. Lacan diceva che il nostro tempo è il tempo della evaporazione del padre. Lo sosteneva all’indomani del ‘68. Da allora una certa rappresentazione patriarcale del padre ha perso consistenza, è evaporata. Quello che vediamo in un grande film di Nanni Moretti, “Habemus Papam”, in cui il balcone di San Pietro resta vuoto e il nuovo pontefice anziché guidare con autorevolezza il suo popolo sprofonda nel pianto smarrito di un bambino.
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